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Le...buone intenzioni!

Nel riordinare la scrivania, mi è caduto l’occhio sulle  fotocopie del libro scritto nel 1872 da B. Comba, “Di due nuove acclimazioni nel Regio Parco della Mandria”  che racconta le esperienze vissute dall’autore nell’acclimatazione dell’antilope “Nylghau” e del cervo Wapiti nel Real Parco della Mandria, a Venaria (TO).Comba
Immediato il pensiero è andato a Fascioloides magna, il parassita che, con il Wapiti, fu introdotto nella Mandria di Venaria, dove è ancora presente. Avendo ancora fresche le immagini delle necroscopie fatte su un cervo, un daino, e un capriolo parassitati da Fascioloides, non ho potuto che meditare, sconsolatamente, su questa vicenda e su quanto ci avrebbe potuto/dovuto insegnare.
Come sempre la storia si dimostra ottima maestra, ma gli studenti non sono spesso all’altezza e non imparano quanto dovrebbero.
Leggendo le poche pagine di cui si compone il libro, emerge l’entusiasmo con cui l’autore descrive il lavoro svolto presso la stazione di acclimatazione del Parco Reale della Mandria di Venaria a pochi chilometri da Torino.
L’entusiasmo che mostra per il suo lavoro di allevamento di specie selvatiche animali  utili all’uomo “per la caccia e l’ornamento”, l’attenzione e la dedizione che traspare nel portare avanti il suo compito sono sicuramente encomiabili e sembrano veramente “d’altri tempi”.
L’autore mostra poi uno spiccato senso critico  quando commenta le abitudini riproduttive del Wapiti riferendo che  “..a quanto gli osservatori dicono, si atterrebbe ad una sola femmina che non lascerebbe mai; vivendo quasi in famiglia”.
Aggiungendo subito però “Ma dalle mie osservazioni la supposizione è erronea; perocchè ha il Wapiti le stesse abitudini, in generale, del cervo comune”.
Sicuramente non doveva essere facile all’epoca acclimatare e allevare soggetti che, provenendo da paesi lontani,  arrivavano stanchi e indeboliti in un nuovo ambiente. Infatti il primo tentativo, fatto nel 1863 con 6 soggetti provenienti da Londra e Anversa, andò male e i capi liberati morirono in pochi giorni.
Le spoglie di questi animali presentavano una “iniezione sanguigna” generalizzata, ma non trovarono altri segni a cui imputare il loro decesso.
Nel 1864 una spedizione inviò direttamente 60 Wapiti dall’America, ma dei 47 capi che giunsero alla Mandria di Venaria si salvò una sola femmina. La causa della morte di questi ultimi capi  fu ricondotta ad avvelenamento dovuto al consumo di Euphorbia lathyris, e si provvide a estirpare tutte le euforbiacee presenti nel parco per evitare che potessero nuocere ai Wapiti.
Infatti nel 1865 arrivarono altri 39 Wapiti e, grazie alle cure con cui i capi vennero seguiti, riuscirono a riprodursi nei recinti in cui erano rinchiusi, sia alcuni maschi lasciati liberi, con le femmine di cervo europeo presenti nel parco. 
Per chi non ha mai sentito la storia occorre dire che purtroppo con i Wapiti venne importato anche un parassita, Fascioloides magna appunto. Infatti nel 1874-75, eseguendo autopsie su ovini morti nel parco, il Bassi trovò per la prima volta esemplari di un nuovo distoma e così imparammo che con i Wapiti avevamo importato anche Fascioloides magna.
Questo parassita appartiene alla grande famiglia dei Distomi, vermi piatti che vivono nei dotti biliari del fegato, e sono presenti nelle nostre zone con la specie Fasciola hepatica.
La differenza tra Fasciola e Fascioloides è soprattutto nelle loro rispettive dimensioni, che nella prima raggiungono i 2,5 cm, mentre Fascioloides può arrivare a 8-9 cm. 
Immaginatevi un fegato di capriolo con decine di parassiti grandi come una foglia di salvia e potete facilmente capire perché la morte del capo sia un’inevitabile conseguenza dell’infestazione nei piccoli ruminanti.
Guardando le foto a fianco si vedono chiaramente i danni causati al fegato dalla presenza del parassita e  non è difficile, anche per il profano, capire che con fegati così mal ridotti non sia possibile sopravvivere.fascioloides 2
Il soggetto finisce con il deperire sia perché il parassita adulto si nutre di sangue, ma soprattutto perché il fegato, che è un vero e proprio laboratorio di sintesi, non riesce più a funzionare normalmente e a produrre proteine.
Il parassita adulto che, come abbiamo detto, vive nei dotti biliari, elimina le uova nella bile con cui raggiungono l’intestino e vengono poi eliminate nell’ambiente esterno con le feci. Nell’ambiente dall’uovo schiude una larva che nuotando raggiunge una chiocciola d’acqua (Limnea truncatula) in cui penetra e si moltiplica.
Finita la fase di sviluppo nella chiocciola d’acqua la larva fuoriesce da questa e si va ad attaccare agli steli della vegetazione in attesa di venire ingerita con questa dagli animali. Quando un ospite ingerisce la larva, che è molto resistente, con il foraggio  la larva si libera nell’intestino, buca la parte dell’intestino stesso e, o con il sangue o migrando nel peritoneo, arriva al fegato e si trasforma in adulto dando così continuità al ciclo.
Per la sopravvivenza della limnea necessitano terreni umidi poco drenati con canali e fossi. Chi ha visitato una volta la Mandria di Venaria si rende conto che è esattamente quello che serve alla Limnea. 
Accadde quindi che il parassita importato con i Wapiti  trovò alla nel Parco della Mandria di Venaria un ospite intermedio (si chiamano così quegli ospiti che permettono lo sviluppo delle forme larvali dei parassiti) adeguato in Limnea e riuscì a stabilirsi nell’area. 
Il parassita creò negli anni successivi diversi problemi, soprattutto agli ovini e ai caprioli e, mentre per i primi  la soluzione fu di evitare di transitare in prossimità del parco durante la transumanza per scampare dall’infestazione, i secondi finirono probabilmente per scomparire, forse proprio a causa della malattia causata dal parassita. 
Purtroppo non ci sono rimasti molti altri appunti scritti di cosa accadde negli anni seguenti, e solo la memoria di chi alla Mandria ha passato la vita (e qui ringrazio l’amico Bottero), ci permette di sapere cosa accadde negli anni successivi alla seconda guerra. 
Si hanno infatti notizie certe di un tentativo di reintroduzione del capriolo effettuato negli anni dal 1955 al 1960.
Nell’arco di un paio d’anni però iniziarono ad  esserci le prime morti dovute a Fascioloides, e della trentina di caprioli introdotti da Austria o Svizzera tra il 1955 e il 1960 non rimaneva più alcuna traccia dopo il 1965.
Lo stesso accadde alle pecore Merinos importate dalla Nuova Zelanda alla fine degli anni ’50 che vennero rilasciate nel parco, ma anch’esse morirono dopo pochi anni.
Anche il tentativo, fatto attorno al 1960, di introdurre nel parco il muflone e il Muntjack fallì, probabilmente sempre a causa della presenza del parassita che portava a morte i piccoli ruminanti colpiti.
La presenza di questo parassita nei cervi del Parco della Mandria restò però isolata e poco  sconosciuta fino alla seconda metà degli anni ’70, quando, a seguito di annate particolarmente favorevoli al ciclo del parassita, ci fu una grave epidemia con decine di morti nei cervi.
Il Prof. Balbo, papà dell’ecopatologia della fauna in Italia, compì, con il collega Lanfranchi inizialmente e a cui si aggiunsero poi i colleghi Rossi e Meneguz, numerosi studi.
In quegli anni l’area era nel frattempo divenuta  Parco Regionale,  furono accese diatribe su cosa fosse meglio fare per salvare i cervi della Mandria e si tentò di intervenire riducendone il numero e, in alcuni casi, trattando i cervi con farmaci somministrati con il foraggiamento. 
Purtroppo, dopo una decina d’anni di studi e tentativi, la gestione del problema passò in altre mani, o forse sarebbe meglio dire si decise di adottare la strategia dello struzzo, e da allora di Fascioloides non si sente più parlare.
Purtroppo però i problemi non sempre scompaiono, a volte, semplicemente,”covano sotto le ceneri” in attesa di ritornare alla ribalta.
La nostra fortuna, in questo più che cento cinquantenario di convivenza con Fascioloides, è stata che questo parassita non si è mai espanso nei territori circostanti.
Mentre in mittel-Europa, seguendo il corso del Danubio, Fascioloides si è diffuso dall’Ungheria (dove erano stati introdotti con dei Wapiti) in Croazia, Serbia e su buona parte delle aree affacciate sul Danubio. Da noi l’assenza di specie recettive al di fuori della Mandria, (e aggiungerei anche una grandissima dose di fortuna) non ha permesso  l’uscita del parassita dall’area del parco.
Per chi non lo sapesse va detto che il parco è completamente recintato da un muro di recinzione in muratura (anche se vi sono molti varchi legati alla ricca rete di rii e canali presenti nell’area) che limita la fuoriuscita di animali (vale soprattutto per i cervi e, ovviamente, meno per i cinghiali. Fatto sta che i cervi in questi 150 anni sono sempre rimasti nell’area recintata e non si sono mai espansi (e con loro Fascioloides) fuori dai confini del parco.
Nel panorama faunistico che caratterizzava l’Italia in generale, e quest’area del Piemonte in particolare, fino alla fine degli anni ’80, la presenza del parassita nei cervi della Mandria era un problema localizzato e locale. La sparsa e scarna presenza di popolazioni di cervidi a vita libera (i cervidi più vicini erano caprioli e cervi dell’Alta Val Susa che erano molto lontani dalla Mandria) non lasciava certo pensare che il problema potesse fuoriuscire dal Parco.
Il “vuoto faunistico”, almeno per i cervidi, garantiva sul mantenimento di Fascioloides nell’enclave del Parco. 
Fortunatamente da oltre una decina d’anni la situazione è decisamente cambiata e oggi popolazioni di capriolo sono presenti in buona parte del territorio circostante il Parco. Nelle aree alpine confinanti con il Parco anche i cervi sono ormai una presenza in continuo accrescimento e questo ci rende ovviamente felici perché segno che “abbiamo gestito bene”. 
Purtroppo, come vado ormai dicendo da molti anni, questa abbondanza faunistica ci costringe, o almeno ci dovrebbe costringere, a considerare in modo un po’ più serio il problema Fasciolides. Perché oggigiorno la possibilità che il parassita fuoriesca dal Parco e trovi condizioni idonee per mantenersi ed espandersi ci sono tutte, manca solo l’innesco. 
Qualche autunno fa un branco di una decina di caprioli entrò nel parco. L’ultimo di questi fu avvistato, in fin di vita, la primavera successiva.
Come potete osservare dalle immagini alla necroscopia il quadro dovuto all’infestazione da Fascioloides era devastante. fascioloides 3Ma il vero dramma è che i caprioli, o i cervi, possono portare fuori il parassita che si diffonderebbe così ai caprioli e ai cervi a vita libera presenti ormai nelle aree pedemontane  e di pianura della provincia di Torino  e Dio solo sa fin dove potrebbe con il tempo arrivare.   
Già 15 anni fa si lamentava il pericolo e si evidenziava la necessità di occuparsi del problema.  Gli anni sono passati, l’approccio dello struzzo ha continuato a dominare chi gestisce il nostro patrimonio faunistico e il mondo sanitario, ma il problema non è scomparso, anzi è drammaticamente presente. Ma si sa, in Italia, bisogna prima versare il latte per poi poterci piangere sopra. 
A parte le acclimazioni di specie esotiche nel libricino del Comba ci sono alcune frasi che mi hanno “colpito” e che dimostrano quanto poco cambino le cose nel tempo perché già nel 1872 egli scriveva: “Per frivole cose e dubbie di nessuna utilità si getta via a piene mani la moneta, ma si lesina o non si risponde quando trattasi di fare opera buona che porti beneficio vero a tutti i cittadini”. Parlando poi dei selvatici e della loro cura egli scriveva “..deve essere affidata a uomini che spesero gran parte della vita nello studio della storia naturale e nella osservazione dei fenomeni spettanti ai vari organismi; non a uomini dichiarati sapientoni per titoli che il più delle volte sono fallaci”. Si tratta sicuramente, e purtroppo,  di una frase sempre attuale nel nostro paese. 
 
Fascioloides 1
 
 
 
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