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SCRIVENDO & CACCIANDO: IL RACCONTO VINCITORE L'EDIZIONE 2016

SCRIVENDO & CACCIANDO: IL RACCONTO VINCITORE L'EDIZIONE 2016
Concludiamo la pubblicazione dei racconti che si sono aggiudicati il nostro concorso di letteratura venatoria "Scrivendo & Cacciando".
Siamo all'edizione 2016, vinta dal bellunese Ivan BETTINA PIAZZA, con il racconto "Tre passi", che s'aggiudicò il magnifico semiautomatico BENELLI Montefeltro, in calibro 12.
A breve lanceremo l'edizione 2017 del concorso, la quarta, sempre con il patrocinio di HIT SHOW e FIERA DI VICENZA SpA.
 
 
 
TRE PASSI
Il gorgogliare lieto del ruscello, gonfio delle nevi in scioglimento, si percepiva appena attraverso la finestra socchiusa, a lato del grande bancone di legno della locanda. Il profumo della terra umida, smossa dalle talpe e dalle radici delle piante nuove, avvolgeva ogni angolo dell’abitato, ma non riusciva a insinuarsi nel piccolo e caldo locale in cui dominavano l'odore acre del fumo delle tante sigarette consumate e il pungente aroma del vino. A fine serata, come sempre, quasi tutti gli abitanti del paese avevano abbandonato l'osteria e si erano ritirati a casa, lasciando un vuoto che appariva irreale se paragonato all'affollamento e al vociare di poche ore prima. Quello che chiamavano boom economico aveva cambiato poche abitudini in quel paesino di montagna, lontano dalle luci e dal fervore cittadino, ma, fra queste, sicuramente la più importante riguardava il sabato sera. Uomini e donne di tutte le età si ritrovavano nella piccola osteria, accalcati uno sull'altro, davanti allo schermo del televisore, occhio sul mondo esterno e al contempo strumento di partecipazione al progresso. E quando le trasmissioni terminavano, si salutavano e ciascuno tornava a casa propria.
Quella sera uno dei tavoli dell'osteria era ancora occupato da un gruppo di giovani che discutevano animatamente di caccia, la loro grande passione. Sotto l'occhio assonnato dell'anziano oste, che sfogava l'impazienza di guadagnare il meritato riposo asciugando minuziosamente tazze e bicchieri, gli animi si erano scaldati e l’atmosfera si era fatta tesa. In piedi in tutta la sua notevole statura, Antonio si appoggiava con un pugno sul tavolino di legno, che pareva dover soccombere da un momento all'altro sotto il suo peso. Il volto squadrato e paonazzo era velato da un lungo ricciolo ribelle biondo-rossiccio, che, sottrattosi alla prigionia della brillantina, sobbalzava ogni qualvolta il ragazzo agitava l'altra mano in direzione del suo contendente. Era evidente che le parole volate nella stanza avessero toccato un punto particolarmente sensibile, tanto da aver fatto perdere le staffe a un tipo freddo e compassato come lui. Di fronte, seduto e quasi sovrastato da quell'imponente figura, Eugenio rappresentava anche fisicamente l’esatto opposto di Antonio: magro, di statura media, scuro di capelli e di carnagione chiarissima, il ragazzo ribatteva colpo su colpo alle offese, ma era evidente che fosse sul punto di cedere.
“Prova un po’ a ripetere quello che hai detto, se ne hai il coraggio”, tuonò Antonio.
“Ho detto solamente quello che penso”, rispose Eugenio cercando di ostentare sicurezza “troppo facile vantarsi di animali presi come li prendi tu, disprezzando le regole e gli altri!”.
Luigi, uno dei ragazzi presenti, fece appena in tempo a frapporsi ai due per fermare la veemenza di Antonio, che, ferito dalle parole taglienti di Eugenio, gli si stava per avventare contro.
“Ah perché adesso tu saresti un cacciatore?”, urlò Antonio “Da quanti anni hai la licenza? Quattro? Beh, in quattro anni sei riuscito a prendere due corvi e una lepre! Ma che gran cacciatore!”
La sua voce continuava ad alzarsi di tono e il viso, ormai violaceo, palesava l’aggressività non più repressa.
“Vieni a casa mia”, continuò, “vieni a vedere i trofei che sono appesi alle mie pareti! Ho alle spalle qualche stagione più di te, ma sono tappezzate di meraviglie, compresi tre cedroni! Tu nemmeno in cinquant’anni ci riusciresti. E lo sai perché?”
Antonio si sollevò dal tavolino e si ritrasse, come a prendere la rincorsa. Infine si lanciò in avanti e, battendo con gran rumore il palmo di una mano sul tavolino, vomitò in faccia ad Eugenio, con tutto il fiato che aveva, le ultime parole, gonfie di livore e disprezzo: “Perché cacciatori si nasce!”.
Chiunque altro si sarebbe lasciato scivolare addosso quell’affermazione, ma per Eugenio fu più dolorosa di una coltellata al cuore. Suo padre e suo nonno, grandissimi cacciatori, erano entrambi mancati prima che lui nascesse, così, a differenza di tutti gli altri presenti a quel tavolo, a caccia non aveva avuto maestri. Era un privilegio che, in quel contesto, assumeva dignità di lignaggio. Ne aveva sempre sofferto ma, ora che Antonio gliel’aveva rinfacciato, era diventato di colpo un peso insostenibile. Non rispose e reagì abbassando tristemente lo sguardo. La discussione scemò repentinamente ed Antonio uscì dall’osteria, seguito dagli altri amici. Solo Luigi, che sentiva di aver evitato il peggio, si fermò accanto ad un affranto Eugenio.
“Non te la prendere”, lo consolò, “sai com’è fatto Antonio, toccagli tutto ma non sfidarlo sulla caccia. Ci tiene tantissimo ed è tanto competitivo che le sfide non gli bastano mai”.
“Lascia perdere”, rispose Eugenio “ha detto soltanto la verità, non sarò mai un cacciatore al suo livello”.
“Dai, andiamo a casa”, troncò Luigi, “dormici su e vedrai che domani te ne sarai già dimenticato”.
“Prima finisco questo bicchiere, tu vai pure”.
“Mi raccomando, non farne una malattia!”.
Seduto mestamente, roteò il bicchiere fra le dita, osservando l’onda del poco vino rosso rimasto sul fondo colorare per un istante il vetro. Curvo sulla sedia, come un giovane larice sopravvissuto alla violenza della valanga, Eugenio ondeggiava nervosamente una gamba, accarezzandosi con la mano destra i capelli. Ferito dalle parole di Antonio, il ragazzo costruiva castelli in aria, immaginando i mille modi in cui avrebbe potuto dimostrare il proprio valore.
Sprofondato in progetti irrealizzabili, Eugenio riuscì appena a percepire una risata sommessa che proveniva da un angolo della stanza in cui l’oste aveva già spento le luci.
“Cacciatori si nasce…”, seguitò la voce sghignazzando. Il ragazzo si guardò intorno ma non vide nessuno. Fu solo dopo qualche istante che, nel buio, la brace di una sigaretta diventò incandescente illuminando uno sguardo tagliente e selvaggio, puntato direttamente su di lui. Due occhi gelidi, incorniciati da un viso affilato, ispido e solcato da profonde rughe che gli conferivano una smorfia demoniaca, apparvero alla sua vista nel diradarsi di una grande nuvola di fumo. Capì così di essere al cospetto dell’uomo di cui tutti, in paese, avevano dimenticato il nome, il passato e la stessa esistenza. Per tutti lui era Il Lupo ed Eugenio capì, da un fugace scambio di sguardi, quanto fosse appropriato quel soprannome. Nessuno, nemmeno l’oste, si era accorto della presenza dell’uomo nella stanza, né, tantomeno, qualcuno l’aveva visto o sentito entrare. Come faceva sempre, Il Lupo era comparso dal nulla e, in disparte, aveva assistito alla serata conviviale, compresa, evidentemente, la lite. Il Lupo era un uomo minuto e secco, con la barba e i capelli incanutiti ma che tradivano ancora il loro passato dorato. Di età indefinibile, ma fisicamente attivo e forte, conduceva vita solitaria in una modesta casa al limite del paese, con adiacente una stalla in cui aveva una mucca e qualche gallina. Di rado parlava con qualcuno e alla compagnia dei compaesani preferiva quella degli animali e il vagabondare nei boschi, che conosceva palmo a palmo. Le malelingue gli attribuivano indole da indomabile bracconiere e si raccontava che fosse riuscito a sorprendere e abbattere addirittura un cervo, specie rarissima a quei tempi. La sua misantropia era ampiamente ripagata dagli abitanti del paese, che per lo più lo temevano ed emarginavano, contribuendo con maldicenze e bugie alla sua aura di mistero e dannazione. Il Lupo non dava peso alle chiacchiere sul suo conto e continuava a partecipare, in quel modo strano e distante, alla vita sociale del paese.
Eugenio rimase colpito dal fatto che il Lupo gli avesse rivolto la parola, evento che chiunque in paese avrebbe considerato eccezionale. Così prese coraggio e, alla presenza di un attonito oste, indeciso se scappare temendo il peggio o rimanere per far da testimone ai posteri, rispose seccamente, ma utilizzando la forma più rispettosa che la sua educazione gli imponesse, “E Voi che ne sapete?”.
“Qualcosa ho udito, stasera” replicò l’uomo dopo una lunga pausa, come se avesse soppesato meticolosamente la risposta. La sua voce roca e profonda esprimeva tranquillità e serenità e, mosso dai fumi del vino e dalla grande amarezza, Eugenio sentì la voglia di confidarsi.
“Allora avrete sentito anche tutto quello che ci siamo detti prima di quelle parole”.
“Ah certo, ho ascoltato con attenzione” rispose la voce dal buio, facendo seguire alle parole un profondo tiro di sigaretta che illuminò di rosso il viso del Lupo “con lui non hai speranze, ti ci vorrebbero proprio cinquant’anni per eguagliarlo”.
“Solo perché Antonio non ha un briciolo di correttezza”.
“Non ho detto che tu abbia torto. Per esempio ha preso ben più dei tre cedroni che ha in casa”.
“Beh, sono sicuro che di impagliati ne ha solo tre. Che ne ha fatto degli altri?” chiese dubbioso Eugenio.
“Non ti sei mai chiesto come un ragazzo che guadagna quanto te possa permettersi sempre nuove armi e ogni diavoleria inventata per la caccia? Te lo dico io: vende quello che caccia. E il cedrone, che è vietato, è il trofeo più redditizio”.
Eugenio incuriosito da quella confessione si alzò dalla sedia, la ripose in ordine e, ostentando una sicurezza che non gli apparteneva, si avvicinò a grandi passi al tavolo del Lupo. Si sedette di fronte a quell’essere selvaggio che non si mosse di un millimetro ma reagì semplicemente espellendo una grande boccata di fumo. Il ragazzo era a tu per tu con l’uomo che faceva parte della leggenda e dell’immaginario dei suoi compaesani e la cosa più strana è che non si sentiva a disagio, né provava alcun timore. Poté constatare come quegli occhi brillassero anche nel buio, al pari di quelli della volpe, e da vicino il volto del Lupo gli apparve ancora più inquietante e feroce.
“Ma Voi, queste cose come fate a saperle?”
Una risata soffocata ed inquietante sciolse l’espressione del Lupo in una smorfia beffarda ed Eugenio si rese conto della stupidità della sua domanda.
“So anche dove e come ha abbattuto ogni suo animale”, rispose l’uomo mentre, con pochi, abili gesti si confezionò l’ennesima sigaretta per poi accenderla in una poderosa nuvola di fumo.
“Dovete raccontarmelo, voglio sapere con chi ho a che fare”.
“Ora vuoi sapere troppo” ammonì con serietà il Lupo, poi continuò abbassando il tono della voce, “ti racconterò solo come ha preso i suoi cedroni: negli scorsi autunni, percorrendo su e giù la strada forestale con la Seicento, l’unica fatica che ha fatto è stata abbassare il finestrino e sparare. Il tuo amico non lo sa e mai arriverà a capirlo, ma il cedrone non solo non è disturbato ma è addirittura attratto dal rumore del motore a bassi giri, perché vi riconosce il respiro e il verso della madre. Capirai che non è poi così difficile prendere un cedrone in questo modo. E infatti ha cominciato a sparare anche alle femmine, visto che i maschi li ha quasi sterminati”.
La rivelazione non scosse più di tanto Eugenio, che, accecato dall’onta della serata, riuscì a concentrarsi solo su quel “quasi”, infilato dal Lupo, forse non del tutto casualmente, alla fine del racconto. In un lampo l’intuizione risolutiva balenò nella sua testa.
“Dunque se sono stati quasi tutti sterminati significa che ce n’è ancora qualcuno?”, chiese subdolamente.
“E’ rimasto un solo maschio, non molto vecchio ma scaltro, che non si farebbe mai fregare come gli altri. L’ho visto molte volte e l’altro giorno l’ho anche sentito cantare. Ma una volta preso anche quello, per anni non si parlerà più di cedroni sulle nostre montagne. Forse per sempre”.
Eugenio riusciva a cogliere solo la metà di quello che il Lupo gli stava raccontando e, sfortunatamente, la metà sbagliata.
“Ecco qualcosa di cui rimarrebbe il ricordo per sempre: potrei fare mio l’ultimo cedrone e per di più al canto! Ho bisogno soltanto del Vostro aiuto”.
“Io non aiuto proprio nessuno” ringhiò il Lupo, ma, se solo Eugenio non fosse stato così accecato dalla vanità, avrebbe colto il lampo che aveva acceso gli occhi del suo interlocutore.
“Farò per Voi qualsiasi cosa vorrete, se solo mi permetterete di mettere a tacere quell’arrogante di Antonio”.
“E pensi che questo basterebbe??” chiese l’uomo con voce lusingatrice.
“Ne sono sicuro! Antonio e i suoi ci rimarranno di sasso e non potranno mai eguagliare la mia impresa. Ve ne prego, portatemi lì dove solo Voi sapete che quel cedrone canterà. Nessuno lo saprà mai, rimarrà un segreto tra me e Voi”.
Eugenio sapeva benissimo di non avere speranze, così la risposta del Lupo lo lasciò a metà tra sbigottimento ed euforia.
“Lo farò solo per dispetto a quel moccioso biondo. Ma tu dovrai rispettare le mie condizioni, senza fiatare”.
“Sono tutt’orecchi” balbettò il ragazzo col cuore in gola per l’emozione “e farò esattamente come vorrete”.
“Allora per prima cosa usciamo, questo non è il luogo adatto per prendere accordi di questo tipo”.
Eugenio balzò in piedi e si diresse verso l’uscita dell’osteria in preda a un fervore indescrivibile, salutando in fretta un assonnato oste che, con un sospiro di sollievo, cominciò a spegnere le luci ancora accese nel locale.
“Andiamo vicino al ruscello”, disse l’uomo prendendo Eugenio per un braccio “lì non ci vedrà né sentirà nessuno”. In pochi secondi furono nel posto convenuto e il Lupo iniziò a istruire il suo giovane allievo.
“Il periodo e la giornata sono propizi, perciò andremo stanotte”.
Eugenio annuì, ma non stava più nella pelle, perciò dovette fare uno sforzo di concentrazione per memorizzare tutte le istruzioni, ben sapendo che al suo primo errore l’impresa sarebbe tramontata.
“Alle due e mezza, vestito completamente di scuro, passerai davanti a casa mia e prenderai il sentiero per il monte. Dovrai essere solo e nessuno ti dovrà seguire. Io ti raggiungerò appena entrerai nel bosco e ti consegnerò una cartuccia del 12. Non ne dovranno servire di più. Il fucile lo porterò io, smontato e nascosto sotto la giacca. Te lo consegnerò solo se e quando sarà il momento. Per ora è tutto quello che devi sapere, il resto te lo spiegherò sul posto.”
“E se non dovessimo riuscire a trovarlo?” chiese ingenuamente il ragazzo.
Il Lupo sghignazzò e, accendendosi l’ennesima sigaretta, si allontanò inghiottito dal buio.
Eugenio si avviò verso casa e solo in quell’istante, con lo scemare dell’eccitazione del momento, cominciò a prendere coscienza di quanto era accaduto. Il Lupo, non solo gli aveva rivolto la parola ma aveva acconsentito a guidarlo nell’impresa che, seppur costituisse un vero e proprio atto di bracconaggio, avrebbe sancito la sua consacrazione. Insieme all’euforia il suo cuore fu invaso dall’incertezza e dal dubbio: perché quell’uomo aveva accettato? Come mai si era aperto in quel modo con lui che non era altro che un ragazzino sconosciuto? E se l’avesse preso in giro facendolo andare da solo nel bosco per poi raccontare a tutti la beffa? Erano interrogativi a cui non poteva trovare risposta se non andando all’appuntamento convenuto, perciò entrò in casa e, visto che di lì a un paio d’ore sarebbe dovuto partire, accese un bel fuoco nella stufa e mise a bollire l’acqua nel paiolo. Mentre aspettava che il caffè fosse pronto si vestì, di scuro come voleva il Lupo, e calzò i pesanti scarponi e le ghette di lana. Seduto davanti alla stufa scoppiettante sorseggiò con calma il fumante caffè sforzandosi di non lasciarsi sopraffare dall’emozione. Giunta l’ora si alzò, prese lo zaino dall’appendiabiti di legno, dietro alla porta e uscì mettendoselo sulle spalle. Prese il sentiero per il monte e puntò diritto verso il bosco, avvolto nel buio della notte e in preda a dubbi sempre più forti. Ma nel momento stesso in cui giunse dove il sentiero si tuffava nel bosco, sobbalzò sentendo una mano posarsi sulla sua spalla e, voltandosi, colse, nel buio più profondo, lo scintillio sinistro dello sguardo del Lupo.
“Segui i miei passi e non perdere il ritmo, c’è ancora un bel po’ da camminare”.
Il Lupo non attese risposta e partì, accendendosi una sigaretta. Eugenio gli si accodò, ma si accorse subito che tenere il passo non sarebbe stato impresa da poco. A volte perdeva leggermente terreno e riaccorciava seguendo l’acre odore del fumo e il rosseggiare del tizzone acceso. Il sentiero era ben battuto, già sgombro dalla neve, e guadagnava quota sulle pendici del monte con ampi serpeggiamenti. Il bosco era avvolto nella più totale oscurità ed Eugenio, che conosceva bene quella parte di monte per averla frequentata spesso a caccia, provò una sensazione disorientante confrontando il nulla, che vedeva in quel momento, con l’abituale ricchezza dei dettagli di quel paesaggio, impressi nella sua memoria. Faticava sempre più a star dietro a quell’uomo di almeno trent’anni più vecchio ma molto più agile e forte di lui. Il sudore gli imperlava la fronte e sentì le gambe diventare sempre più pesanti e dure. Il Lupo sembrò intuirlo e si fermò, giusto il tempo per riprendere fiato. Poi la salita ricominciò, più ripida di prima e appesantita dalla presenza di chiazze di neve, sempre più frequenti e sempre più profonde. Il Lupo sembrava non poggiare nemmeno il peso a terra e non sprofondava per nulla nella pesante neve primaverile, a differenza di Eugenio che vi rimaneva imprigionato fino a metà gamba, faticando enormemente. Il ragazzo strinse i denti e si convinse a non mollare, lottando con tutte le forze per guadagnare quota sul ripidissimo pendio. Finalmente, con tanta fatica, giunsero in un punto del bosco in cui gli abeti si facevano più alti e radi.
“Ora aspettiamo qui” disse il Lupo. Dal fatto che l’uomo non si fosse acceso una nuova sigaretta, Eugenio intuì che dovessero essere arrivati in prossimità dell’arena di canto e mentalmente ripercorse tutto il tragitto fatto fino a quel momento, per cercare di capire dove si trovassero.
“Tieni” gli disse l’uomo mettendogli in mano, come da accordi, la cartuccia del 12. “Qui sotto la giacca c’è il fucile”, aggiunse, facendo risuonare con le nocche delle dita il ferro delle canne e il legno del calcio. Eugenio era avvolto da una nuvola di vapore che si levava dalle spalle e dalla schiena e sentiva il sudore scorrergli sulla pelle, inzuppando irrimediabilmente maglia di lana e camicia.
“Ascolta bene:” continuò il Lupo “tre passi. Bada bene, non più di tre passi! Questa è la distanza che guadagneremo ogni volta che il canto raggiungerà il culmine. Ti terrò per un braccio e ogni volta sarò io a dirti quando partire. Per il resto del tempo rimarremo con lo sguardo a terra o, meglio ancora, con gli occhi chiusi. Un volta a tiro ti darò il fucile, tu lo monterai e caricherai e al canto successivo il cedrone sarà tuo. Infine, io col fucile e tu con il gallo, ci separeremo, dimenticando quanto successo. Se non ti sta bene, dimmelo fin da subito che rinunciamo”.
Rinunciare non era nel vocabolario di Eugenio, tanto meno dopo tutta la fatica fatta per arrivare fin lì e lo manifestò chiaramente al Lupo. Iniziò così l’attesa, con l’orecchio teso ad ascoltare attentamente il risveglio del bosco, nella speranza di cogliere il tanto agognato canto. Eugenio non l’aveva mai udito, sapeva solo che somigliava al suono prodotto da due legnetti che battono l’uno contro l’altro sempre più rapidamente.
I minuti passarono ma il cedrone sembrava non voler cantare. Il freddo si fece pungente nell’approssimarsi dell’alba ed Eugenio, immerso nella neve fin sopra al ginocchio e appoggiato con la schiena al tronco di un grande abete, iniziò ad essere preda di un brivido che, più che di freddo, aveva il sapore amaro della delusione. Il bosco si era fatto leggermente più chiaro e insieme alla vista anche l’olfatto sembrava averne tratto vantaggio, con il profumo della resina primaverile portato dalla brezza che si era levata. Inatteso, un “Tlock”, sordo e lontano, a valle, attirò la sua attenzione. Anche il Lupo aveva sentito qualcosa e aveva assunto le sembianze di un predatore, con tutti i sensi all'erta per cogliere ogni minimo rumore. Passarono minuti interminabili prima che, dalla stessa direzione, provenisse un nuovo, doppio “tlo-tlock” seguito da una serie di gorgheggi incerti. Eugenio si scostò dal tronco, ma non fece in tempo a muovere un passo che il Lupo l'afferro per il bavero della giacca e lo tenne fermo.
“Aspettiamo ancora, lasciamolo scegliere il ramo giusto per il concerto”.
Così fecero e nel quarto d'ora seguente udirono più volte doppi, tripli e multipli colpi ritmati “tlock, tlo-tlock, tlo-tlock”, in serie sempre più lunghe e frequenti. Al suono di quella ballata ancestrale, che forse gli apparteneva più di quanto credesse, Eugenio si sentì percorrere da un brivido fortissimo che culminò quando, dopo aver udito il primo lungo gorgheggio sibilante emesso dal cedrone alla fine dei colpi ritmati, il Lupo lo prese per la manica della giacca e lo ammonì, con un'occhiata, di stare pronto.
Lungo il declivio del monte, fra i radi tronchi degli abeti, iniziò così una strana danza tribale, in cui il ritmo era dettato dal canto del cedrone e in cui i ballerini avanzavano di tre passi, sprofondando nella neve marcia, poi si fermavano con lo sguardo a terra, fino alla successiva strofa cantata dal meraviglioso tenore appollaiato sul ramo. Inebriato dal ritmo incalzante del canto, Eugenio abbracciò uno stato di coscienza nuovo, in cui percepiva con lucidità ogni singolo istante e sentiva di sapere esattamente come muoversi. Davanti a lui il Lupo apriva la strada con passi che il ragazzo sembrava già conoscere alla perfezione, mentre sempre più vicino e sempre più in alto, il “tlock, tlo-tlock, tlo-tlock” riempiva le loro orecchie, concludendosi con un gorgheggio stridulo che sembrava emesso da una creatura venuta da un altro mondo. Impiegarono quasi mezz'ora per giungere in prossimità dell'albero giusto mentre la luce del giorno cominciava già a delineare i contorni del bosco. Improvvisamente, all'ennesimo inizio di canto, il Lupo intimò ad Eugenio di rimanere fermo e si sporse a guardare in alto. Pochi secondi, il tempo degli ultimi colpi e del gorgheggio finale e rientrò, poi il canto del cedrone s’interruppe inspiegabilmente. Per molti minuti i due uomini rimasero immobili, quasi senza respirare, coperti alla vista dell'animale dai tronchi di due grossi abeti. Infine il canto riprese, più vigoroso e costante di prima e il Lupo ne approfittò subito per istruire il ragazzo.
“Sporgiti piano e guardalo bene, anche più volte se vuoi, ma memorizza il punto verso cui sparare!”.
Eugenio attendeva quel momento fin dall'inizio, così, al canto successivo, si sporse ed alzò lo sguardo. A qualche decina di metri da terra, lungo un ramo che si incurvava quasi a voler evitare il contatto col terreno, il re di tutto il monte avanzava con incedere tronfio, ostentando a destra e a sinistra il profondo petto dai riflessi verdi e blu ai lati del quale spiccava la macchia bianca sulla punta delle spalle. La coda, aperta a ventaglio e ritta in verticale, disegnava un semicerchio perfetto contro lo sfondo chiaro del cielo dell'alba. La testa, ornata da una barba imponente e sovrastata dalle enormi caruncole rosse, annuiva a scatti al ritmo del canto, fendendo l’aria con il possente e adunco becco. Il ragazzo rimase incantato di fronte a quella bellezza e per poco non dimenticò di sottrarsi alla vista del cedrone prima che terminasse il canto.
Ritornato accanto al Lupo, la brama di conquista lo sopraffece e, con un cenno, l'invitò a passargli il fucile. Nella luce fioca del sottobosco l'uomo ubbidì prontamente ed Eugenio, concentrato sulla sua preda, si ritrovò tra le mani tremolanti i tre pezzi da rimontare, ultimo atto prima dello sparo. Il contatto col ferro gelido fece esplodere l’emozione e, mentre attendeva il momento giusto per mettere insieme il fucile, il sangue gli pulsava quasi insostenibilmente sulle tempie, tenendo il ritmo del canto del grande tetraonide.
Fu solo quando abbassò lo sguardo che si rese conto di avere in mano due tubi arrugginiti, tenuti insieme con del fil di ferro, un cuneo di faggio e un grosso bastone sagomato a forma di calcio. Il vecchiaccio l'aveva giocato! Fu invaso da una rabbia furibonda e il suo primo istinto fu quello di scagliarsi contro chi l'aveva raggirato così platealmente, ma il Lupo sembrava volatilizzato, senza lasciare altre impronte che quelle accanto alle sue, ai piedi del grande abete. Un solo proposito gli soffocò in gola un potente urlo di frustrazione: non doveva spaventare il cedrone, così l'indomani, forte di quanto aveva imparato, sarebbe ritornato lì, da solo, e avrebbe completato l'opera. Come un animale ferito, rimase a lungo rannicchiato sotto l’abete, poi ebbe il desiderio di sporgersi ancora, come aveva imparato, per ammirare quella creatura portentosa che si esibiva così coreograficamente a pochi metri e sulle cui piume la luce dipingeva un caleidoscopio di sfumature iridescenti. Solo allora, nell'aria cristallina dell'alba capì cos’avesse potuto provare suo padre, anni addietro, quando il nonno l’aveva condotto al cospetto di uno spettacolo così grande. Infine il canto cessò e qualche minuto dopo il cedrone si allontanò con un grande fragore d'ali.
Eugenio assaporò l'amaro gusto della beffa e lanciò lontano, con un gesto di stizza, i tubi e i pezzi di legno, incamminandosi sconfitto sulla via del ritorno e architettando il modo migliore per vendicarsi.
“Adesso vado a casa sua e lo riempio di botte. Crede di potermi prendere in giro e cavarsela così?”. Ma si rese conto che sarebbero stati propositi vani: un uomo sfuggente e furbo come il Lupo si sarebbe sottratto con facilità a qualsiasi contatto e sarebbe stato capace di rimanere per giorni nascosto in qualche anfratto sconosciuto. Era giunto quasi alla fine del sentiero quando l'idea giusta per la vendetta si concretizzò nella sua testa.
“Mi metterò d’accordo con Luigi per tornare, domattina, a prendere quel cedrone, così avrò un testimone che correrà a raccontare l'impresa ad Antonio. La notizia non tarderà a giungere all’orecchio del Lupo, che imparerà che cosa vuol dire prendermi in giro”.
L'idea gli parve talmente buona che affrettò il passo e in pochi minuti entrò nel paese ancora avvolto dall'atmosfera sonnolenta e placida della domenica mattina. Attraversò la piazza, scese la piccola scalinata che conduceva davanti alla casa di Luigi e bussò al grande portone scuro. Si affacciò l'anziana madre dell'amico.
“Luigi non si è ancora alzato” disse la donna “entra, che mentre lo aspetti ti preparo un caffè”.
Eugenio attraversò lo stretto corridoio ed entrò in soggiorno, accomodandosi accanto alla stufa a godersi il calduccio. Alzò gli occhi e rimase sorpreso dalla vista di un cedrone imbalsamato, del cui abbattimento Luigi non gli aveva mai raccontato, che campeggiava sulla parete di fronte. Chi l'aveva preparato doveva essere un vero artista, perché aveva fermato l'animale in una posa reale, nell'atto di cantare, con il piumaggio folto e ben ordinato che rendeva perfettamente le forme di un vero cedrone. Tutti i dettagli erano curati alla perfezione, in modo particolare l'espressione degli occhi e la naturalezza con cui le quattro dita delle zampe abbracciavano il ramo su cui era poggiato. Ma quell'espressione di vera arte tassidermica non rendeva minimamente giustizia allo splendore a cui aveva assistito qualche ora prima. Di colpo, come le tessere di un mosaico, le sue idee si radunarono e organizzarono, sovvertendo completamente le sue intenzioni. Riflessioni e ricordi si addensarono nella mente di Eugenio, ma ciascuno trovò naturalmente il suo posto e contribuì a temprare la sua convinzione. Gli ritornarono in mente, limpide, le parole del suo maestro elementare che raccomandava l'importanza della cultura, perché “cultura ha la stessa radice di coltivare...dovete coltivare il vostro sapere e consegnarlo, più grande, a chi verrà dopo di voi!”. In un attimo capì quanto a caccia fosse importante coltivare per assicurare ai figli un’eredità florida. Quando vide Luigi comparire sull'uscio, balbettò la prima scusa che gli passò per la mente.
“Sono passato perché ieri sera hai pagato un giro al posto mio. Tieni e scusami eh! Ci vediamo!” Mise due lire in mano all'amico e uscì, salutando sua madre che, sorpresa da quella fretta, rimase attonita accanto alla stufa, con in mano le due tazze di caffè che stava per porgere ai ragazzi.
L'indomani, alle primissime luci dell'alba, Eugenio non mancò l’appuntamento col cedrone, che gli concesse una replica, ancora più intensa, dello spettacolo della mattina precedente. Stette ad ammirarlo per più di un'ora, fino a quando il dondolio del grosso ramo su cui era posato sancì la chiusura del sipario, preceduto dal solito, rumoroso decollo. Quando Eugenio si girò per riprendere la via di casa si sentì come osservato e colse un bagliore, appena accennato, fra i tronchi degli abeti poco più a monte. Il sospetto sulla provenienza di quel luccichio fu confermato dall'inconfondibile odore di sigaretta percepito dalle sue narici. Il Lupo si era sincerato che il ragazzo avesse imparato la lezione così come lui, a sua volta, l'aveva colta tanti anni addietro da suo nonno. Eugenio sorrise e si incamminò verso casa, immaginando il giorno in cui, sotto l’occhio discreto del Lupo, il frutto della rinuncia a quel trofeo gli avrebbe permesso di cacciare legalmente un cedrone al canto con suo figlio, rinnovando la tradizione ereditata dagli avi.
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