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I camosci di Dario - Seconda parte

I camosci di Dario - Seconda parte

di Alessandro Bassignana

A me questo destino è toccato spesso, capace come sono di perdere e, ahimè, riprendere, venti o trenta chili in pochi mesi, con un effetto fisarmonica che diventa devastante su ginocchia e caviglie, e un salto di un paio di taglie.
Quest’ anno ero nella fase… “tripla extra large”, e così avrei voluto rinunciare a quella caccia se non fosse che c’era un amico che avrebbe desiderato parteciparvi. Nel mese di luglio chiesi l’assegnazione di una femmina in Val Germanasca e mi fu concessa.
L’idea era quella d’accompagnarvelo, e così m’organizzai in modo da aspettare la sua visita per cominciare la mia nuova stagione con la canna rigata.
Nei mesi di luglio e agosto salii alcune volte per verificare percorsi (non sapendo se lui fosse abituato a certe camminate in alta montagna volevo evitare di portarlo in posti duri o pericolosi) e presenza di animali.
Come noto l’ultima l’estate è stata bizzarra, con piogge ripetute e clima poco stabile per tutta la stagione, ma poi verso l’inizio dell’autunno le temperature si mantennero alte, e così i camosci non si abbassarono di quota, con femmine e piccoli ad occupare stabilmente creste e cime, che da noi oscillano tra i 2.600 e 3.000 metri, a volte oltre. La caccia sarebbe stata particolarmente faticosa.
Quando il mio amico poté venire per il fine settimana s’erano già perse alcune uscite, e fummo anche penalizzati da una giornata grigia e piovosa.
I camosci riuscimmo a vederli, in realtà molto pochi e per lo più maschi isolati, ma tutti lontanissimi e difficili da avvicinare. Tentammo con una femmina sola, telemetrata a quasi 500 metri, ma sparita immediatamente come questa vide profilarsi la nostra sagoma oltre le rocce che ci coprivano. Sfumò così l’unica occasione.
L’amico non poteva riprovare e così mi toccò organizzarmi da solo, ben sapendo come la caccia al camoscio esercitata in solitaria sia sempre esperienza bellissima ma oltre modo faticosa e anche pericolosa. Non si dimentichi mai questo elemento quando se ne parla, purtroppo comprovato da incidenti che talvolta diventano fatali; uno di questi, tragici, è accaduto proprio quest’anno, là dove io stesso avevo cacciato diverse volte alla ricerca di camosci o coturnici.
C’era però con me Dario, amico e formidabile cacciatore d’ungulati, siano essi camosci, cervi, caprioli o cinghiali.
Lui solitamente caccia nel confinante Comprensorio, il CATO2 l’Alta Valle di Susa (il CATO2), ma con le nuove regole che lo permettono aveva chiesto l’ammissione anche al mio.
Di qualche anno più giovane, Dario trascorre tutta l’estate in alta Val Chisone, a curarsi del suo alpeggio e delle bestie che porta su verso giugno e là stanno sino ai primi di ottobre, a pascolare quelle nutrienti erbe alpine; dire di lui che è…forte come un toro significa fargli torto, perché lo è molto di più, dotato di energie e vigore inesauribili.
Anche Dario aveva chiesto una femmina di camoscio, e nella mia stessa area, ma questo non ci avrebbe creato alcun problema o competizione perché nella caccia ci si può accompagnare con rispetto anche se si cerca lo stesso animale, nello stesso posto
Eravamo alla seconda settimana di ottobre e provammo un’uscita nel vallone dov’ero stato con l’altro amico. Fu una giornata straordinaria: per il tempo, non una nuvola in cielo e temperatura estiva; per gli avvistamenti di animali perché incontrammo di tutto, dal lupo che vedemmo molto vicino alla malga appena abbandonata dai pastori rientrati ormai a valle, galli forcelli che rugolavano ovunque, caprioli, pernici bianche, aquile reali e magnifici stambecchi. Mancavano solo i camosci, sebbene alcuni maschi impertinenti, e forse sicuri di non rientrare nel nostro piano di abbattimento, si fecero vedere, e così vicini da poter essere colpiti con arco e frecce. Di femmine però, nemmeno l’ombra.
Salimmo sino in cresta, a quasi 2.700 metri d’altitudine, Dario a passo spedito, io un po’ meno, arrancando e distanziato di qualche decina di metri ma comunque sempre presente Poi tornammo verso valle.

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Scendendo la pace fu turbata da quattro coglioni, che rombanti salivano con moto da trial lungo percorsi a loro vietati e impestando di fumi e rumori quell’angolo di Paradiso. La nostra caccia finiva comunque in quel momento, ma la tentazione di provare l’efficienza dei nostri “sputafuoco” fu forte; alla fine prevalse il buon senso. Mancava copertura telefonica perché altrimenti almeno una segnalazione ai forestali l’avremmo fatta.
La successiva uscita avrei voluto fosse quella buona: Edo, mio figlio quattordicenne, era venuto con noi per la sua prima assoluta al camoscio.
Salimmo in una splendida conca glaciale, punteggiata da piccoli laghetti e dove residuavano installazioni militari del secolo scorso. Faceva nuovamente caldo, ma i camosci finalmente c’erano, altissimi.
Ne vedemmo un branco di quasi trenta e provammo a seguirli da sotto: noi a 2.400 di quota, loro quattro o cinquecento metri più su. Gli animali si muovevano in cresta, ma io e Dario speravamo di raggiungerli verso la fine della conca, dove le nostre strade convergevano e le distanze diminuivano. Non fu così, anche se l’occasione quella volta arrivò: femmina e binello avvistati da lui, occhio di falco, e avvicinati magistralmente sino a tiro utile. Continua...

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